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In poche parole significa che ho lavorato come progettista culturale per più di 6 anni in Italia ma che più un operatore dell’ambito mi sento un attivista, cioè uno che fa cultura come modo di impegno sociale e politico, uno che traduce dei bisogni o desideri in progetti culturali. Riguardo invece al significato del «fare cultura» è un po’ più complicato rispondere, in effetti è una domanda che mi ripropongo a cui rifletto spesso; se vedo la cultura come un universo di simboli, che può
quindi essere alta o volgare, al contrario «fare cultura» è per me una forma di militanza civica e politica affinché si prenda coscienza delle culture che ci circondano e si possa interagire con esse in maniera attiva. Da questo punto di vista fare cultura non può che rimandare a una forma di attivismo, in cui diventa fondamentale la propria scelta, quale che sia, e la passione e il desiderio che ci si mettono affinché le cose evidenzino quello che noi vogliamo stimolare. Come immettere insomma il proprio enzima in un un processo biologico o chimico e vederlo muovere e crescere di conseguenza. Più che un mestiere per questo lo considero un’attitudine che, certo, va professionalizzata, perché «fare cultura» e «improvvisazione» sono due attività incomunicabili e agli antipodi.
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In questo momento ho diverse idee che vorrei sviluppare, ma per ora la più prossima è quella di organizzare una giornata di musica e spettacolo in un teatro del mio arrondissement per raccogliere fondi per i terremotati in Abruzzo.
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La cosa che più mi manca dell’Italia è il mare, il fatto di vedere e respirare l’aria di mare, la luce riflessa dal mare, in questo mi sento menomato lo ammetto. Per il resto confermo al 100 per 100 la mia scelta e la rifarei tale e quale. Oggi in Italia non esistono le condizioni per esprimersi come individui, non solo come artisti. Prendi la Francia e Parigi, per esempio, qui il sistema praticamente ti obbliga a non avere «piani B»; forse a un primo approccio sembra riduttivo e limitante, ma poi ti rendi conto che in fondo ti obbliga a dare tutto te stesso per arrivare dove veramente ti senti di andare, non ti permette di accontentarti di alternative più a portata di mano. Ecco, in Italia è costantemente il contrario.
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Per me l’Italia rappresenta allo stesso tempo un’incognita e una grande sfida. L’Italia come Stato quasi non esiste se paragonato agli stati europei, l’italiano come popolo non ne parliamo, ognuno perso sempre più nel proprio localismo e campanilismo. Esempio paradigmatico è cosa penso della lingua italiana: una lingua nata senza territorio, quasi calata dall’alto sulla massa della popolazione negli ultimi 60 anni ma che ha messo dei secoli per svilupparsi, che in effetti è bistrattata e messa sotto scacco dai dialetti sempre più invadenti, ma allo stesso tempo rimane una delle più belle invenzioni che siano state fatte negli ultimi secoli. Di italiano, ma da un altro punto di vista, nelle mie canzoni penso che non ci sia troppo, sono infatti cresciuto amando la musica straniera, ho sempre trovato la nostra troppo provinciale. Non che in effetti mi piacciano le musiche nazionali di altri paesi, in effetti le evito tutte, ma ho sempre cercato qualcosa che parlasse al mondo, più che al paese, e mi sembra che all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra questa attitudine sia più presente.
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La scelta della lingua inglese ha un vantaggio ulteriore, oltre a quello di farti capire dalla metà della popolazione mondiale: cantare in inglese è infatti un po’ come cantare con un filtro che non fa concentrare le persone sulle parole che dici ma più sulla musica. In ogni caso è mia intenzione tenermi alcune canzoni in italiano, il piacere che provo infatti nello scrivere nella mia lingua materna non ha eguali, e comunque permette di aggiungere dei colori più personali alla mia palette musicale.
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E’ un po’ quello che dicevo prima, Parigi ti obbliga a guardarti allo specchio e chiederti: ma io cosa voglio veramente fare, cosa mi piace? cosa faccio invece solo come compromesso? Ti obbliga perché ti rendi subito conto che le strade che percorri perché pensi di doverlo fare ti si sbarrano davanti, mentre quelle che percorri perché senti di volerle fare ti si aprono a prospettive inaspettate. Non che abbia trovato il successo o la consacrazione in uno dei campi che mi sono cari; per dirla in poche parole non sono che all’inizio del mio percorso, quale che sarà poi in futuro, ma vedo che finalmente riesco ad esprimermi nella mia completezza, non tutto quello che faccio magari mi soddisfa pienamente ma sento che la strada è quella giusta, nonostante i molti errori che faccio e gli ostacoli che ancora trovo.
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Aggiornamento al Giugno 2010: ANDREA RONCOLINI BAND
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